L'Egitto tolemaico e romano
La vicenda dell'Egitto tolemaico e romano va proiettata su ampio sfondo.
A partire dal 1580 a. C. la Nubia era stata governata dai Faraoni come
vicereame e acculturata. Degli egiziani i nubiani avevano appreso la
lingua e scrittura, le arti e la religione.
Questa per sapiente trapianto delle divinità egizie, che erano tutte
"cittadine" di una o altra località, a similmente "cittadine"
in Nubia; ad esse inoltre vennero affiancate divinità nubiane configurate
all'egiziana. Per le une e per le altre si costruirono templi, e per
i defunti sepolcri in tutto simili agli egizi.
La decadenza della monarchia egizia, iniziata nel X sec. a. C., trascinò
seco la caduta del Vicereame, ma anche diede spazio, nella regione fatta
indipendente, in anni attorno al 750 a. C., alla formazione di un regno,
che si consolidò nel Sud con una splendida capitale, Napata, più tardi,
affiancato e poi sostituito da un altro, con Meroe.
Insieme con tali monarchie fiorì una notevole Mischkultur: sepolcri
reali a piramide, ma assai più aguzza dell'egizia; tombe di principi
di tipo indigeno "a torta", in pietrame, gigantesche; templi,
egizi in quanto alla struttura e agli schemi delle integrazioni sculturali,
ma realizzati per robusta ipervolumetria; palazzi di tipo greco-orientale.
Più importante per crescita da compagine a Stato, la fissazione della
lingua locale in scrittura, nella scrittura egizia dapprima, poi in
una nuova, che più non usava, come l'egizia, un alfabeto consonantico
e alcune centinaia di segni policonsonantici, ma soltanto l'alfabeto
- secondo perfezionamento già attuato dai Fenici, qui, nel III sec.
a. C. dal re Atakamani, Ergamene in dizione greca, che era stato istruito
da sofisti - e dunque forse per imitazione della scrittura greca. Tale
alfabeto era però tuttora consonantico: più probabile una imitazione
di quello aramaico, apportato da gruppi di giudei discesi fino alla
Nubia in due tornate, nel sec. VIII e poi nel VI.
Il regno costruito in tal modo era tuttavia formato di popolazioni legate
al sovrano soltanto per patto di fedeltà. Non riuscì a ostacolare, quindi,
ripetute scorrerie, iniziate nel III sec. d. C., di un'altra popolazione,
e aggressiva, proveniente dal Deserto Orientale, i Blemmi, che puntarono
alla Nubia Settentrionale e alla fine vi s'insediarono. Nuovi potenti
d'Africa, gli Axumiti, nel 350 gli diedero il colpo di grazia - distrussero
Napata e Meroe.
Fece seguito a tal evento un medioevo oscuro, che perdurò fin al VI
sec. e alla formazione di tre saldi regni cristiani.
La cultura cosmopolita di Napata e Meroe che abbiamo descritto, può
spiegare il perché di un pacifico rapporto definibile come di "convivenza
religiosa", intrattenuto sempre dalle due capitali con i Tolomei.
Troppo impegnati, i Tolomei, infatti, nelle aspre guerre in Siria contro
gli Antigonidi, si rivolsero verso il Sud solo con Tolomeo II, che vi
spinse una spedizione scientifica; i successori occuparono quindi la
Valle del Nilo oltre Assuan fino a Hierà Sykaminos-Maharraka, lungo
una fascia chiamata quindi Dodekaschoinos, "delle dodici miglia";
in certi periodi andarono oltre, fino a Primis-Kasr Ibrim: affidarono
il relativo territorio allo stratego di Elefantina, dipendente dall'epistratego
della Tebaide ossia dell'Alto Egitto.
Per il resto si dedicarono soprattutto a costruire templi, alcuni su
sacrari già egizi: uno grandioso a File, per Iside; altri modesti a
Debod, Uadi Hedid, Kalabsha, Aguala, Pselcis-Dakka e nella stessa Maharraka,
per altre divinità, sia egiziane sia nubiane. Templi prettamente egizi
in quanto ad architettura, ma con decorazione a rilievo innovata, fatta
corposa - assai meno tuttavia della nubiana. Templi tra i quali i situati
a File, Debod e Dakka, recano segni di interventi dei Meroiti.
Sullo stesso registro della convivenza religiosa cade un Atto tolemaico,
secondo cui il territorio esteso da Assuan fino alla II Cateratta, detto
Triakontaschoinos, doveva considerarsi sacro a Iside - dea cui i Nubiani
erano devotissimi; la celebravano con un grandioso pellegrinaggio annuale
per nave, che trasportava l'idolo della dea in visita al suo sposo,
qui non l'antico egiziano Osiride, ma il nubiano Mandulis residente
in Kalabsha.
Autori principali di tal fioritura monumentale furono Tolomeo IV e il
VI con il coevo Ergamene, negli anni tra la fine del III sec. e la metà
del II a. C.
Negli anni successivi, dopo Azio, 31 a. C., subentrò Roma.
Fiumi d'inchiostro sono stati spesi per rievocare la vicenda di Cleopatra
(la VII), Ottaviano e Antonio, ma non una stilla per altre figure di
quel tempo altrettanto degne di "scavo" letterario.
Giulio Cesare, che in Egitto apprese lo schema dello Stato con amministrazione
del territorio "piramidale", quale mai costruita altrove nell'antichità;
si propose di ricalcarla su Roma; pagò quel disegno nelle Idi di Marzo.
Cornelio Gallo, delicato poeta novus della cerchia di Tibullo e del
giovane Virgilio, compagno di studi di Ottaviano e valente condottiero
al suo fianco ad Azio: inviato dall'amico a occupare la Valle del Nilo
e vincitore contro aspre resistenze nella Tebaide - culla da sempre,
di popolazione forte e riottosa - e nella Triakontaschoinos, elevò a
File una grande stele con iscrizione geroglifica e greca e latina a
propria gloria; fu richiamato immediatamente a Roma da Ottaviano. Ivi
anche apprese d'essere stato tradito dalla donna amata; non resse, e
si diede stoicamente la morte; Virgilio cancellò un panegirico che per
lui aveva scritto nelle Georgiche.
Né una stilla si è spesa per una Candace (ossia "regina" nella
lingua nubiana, ma il nome fu creduto dai latini personale) di Napata,
che guidò una rivolta dei Nubiani contro il dominio imposto da Cornelio
Gallo; un'orda guerriera si spinse sino a File: saccheggiò il tempio
di Iside e ne riportò a Meroe alcune statue d'Augusto, che gli archeologi
hanno ritrovato recentemente. Venne ricacciata verso sud dal Prefetto
dell'Egitto Gaio Petronio, che le inflisse una dura sconfitta nel 23
a. C. a Dakka; si rinchiuse nella rocca di Primis ma non resse ad assalto
di Petronio; questi proseguì fino a Napata, ivi offerse pace ai cittadini
contro restituzione degli ostaggi e delle statue di Augusto; ricevette
un rifiuto, prese quindi d'assalto la città e la distrusse - Napata
sopravvisse come centro religioso, fu in parte ricostruita da Meroe,
che ad essa si sostituì completamente.
Ma la Candace ancora una volta tornò all'offensiva e attaccò Primis,
ora caposaldo di Roma; un'altra volta intervenne Petronio, e le impose
durissimi patti di pace. Essa non si rassegnò tuttavia: chiese e ottenne
di trattare direttamente con Ottaviano; si portò fino al suo Quartiere
Generale a Samos, e ivi ottenne di segnare il confine tra Roma e Meroe
a Maharraka - la data di tal evento si colloca nel 22 o 21 a. C.
Fu dunque, la Candace, una contro-Cleopatra. Da una parte Cleopatra,
non bella come la si dipinge - si veda il ritratto sulle sue monete
- ma certo raffinata e sicuramente fascinosa nel parlare animato da
una vasta cultura, quale descritta dagli storici, sì che riuscì a sedurre
un Giulio Cesare - per incontro paragonabile a quelli di Vittoria Colonna
con Michelangelo e della Signora di Staël con Vittorio Alfieri. Ma non
smosse di un dito Ottaviano. Ci riuscì la Candace, nemmeno lei bella
- fu descritta come orba - né forse altrettanto colta, ma incontrò la
saggezza del politico: Ottaviano non volle mai vendicare la sconfitta
di Carre, né quella di Teutoburgo; l'Impero andava chiuso entro confini
sicuri, quindi giustamente limitati.
La pace di Samos tenne per due secoli, fino al 250, anno di una prima,
rovinosa incursione dei Blemmi, estesa fino alla Tebaide, respinta a
fatica da Traiano Decio. Altre seguirono, similmente e inutilmente respinte,
finché Diocleziano, nel 197, ritirò la frontiera a File. Diede il via
in tal modo a un medioevo, che più tardi si saldò a quello nel Sud,
e chiuse una stagione in cui la Nubia Settentrionale venne antropizzata
quale mai in precedenza.
Innanzitutto con una catena di forti elevati sui nodi delle piste costeggianti
il Nilo e delle carovaniere connesse, a difesa da scorrerie di nomadi
dei deserti.
Rifacendosi a Itinerari romani e a resti archeologici, si è accertato
che il primo anello di tale catena era costituito da Siene-Assuan e
Contra Siene, il secondo da File e Shellal; seguivano sulla sola riva
occidentale Parembole - oggi Debod - e Tzitzis - oggi Uadi Kamar - in
un tratto dove la costa opposta è inaccessibile, e quindi Kertassi,
senza testa di ponte sulla regione orientale di Dehmit, pianeggiante
ma non pericolosa, perché aperta su un uadi che ripiegava verso Assuan.
Più a sud, la valle si restringe nella stretta di Bab el-Kalabsha, costituendo
un punto strategico importante, protetto da Tafis - oggi Tafa - e Contra
Tafis, collocate nel punto dove le due piste volgevano verso l'interno
per aggirare i promontori, e al successivo sbocco delle stesse sul fiume,
a Talmis - oggi Kalabsha - e Contra Talmis; piccoli forti sorgevano
inoltre su isolotti che emergevano dalla corrente nella stretta medesima.
Più oltre si incontravano gli accampamenti stabili di Aguala sulla riva
orientale, e Tutzis - oggi Dendur - su quella occidentale; quindi un'altra
coppia di forti a Pselcis - oggi Dakka - e Contra Pselcis, questa seconda
collocata sul luogo degli antichi forti di Kuban, ma non più con la
funzione di guardare la via di accesso alle miniere d'oro di Uadi Allaki
ormai abbandonate. Infine, sulla sola riva occidentale, erano state
previste le difese di Corte - oggi Kurta - e Hierà Sykaminos - Maharraka
- sul confine. Ancora, non ci fu bisogno di guardare le carovaniere
sul Deserto Arabico; si fortificarono invece quelle verso il Mar Rosso.
L'intero sistema era completato da torri d'avvistamento e di guardia,
elevate a intervalli regolari da forte a forte.
Roma sigillò inoltre la sua presenza nella Dodekaschoinos così come
avevano già fatto i Tolomei, in un buon numero di templi. Di questi
indicheremo i principali, seguendo un itinerario da nord a sud "avanti-sommersione".
A File, il tempio tolemaico di Iside, fu arricchito sotto Augusto, Tiberio
e Antonino di estesi rilievi; lo stesso Augusto fece costruire sui fianchi
del cortile di accesso al santuario - forse completando un'opera tolemaica
- due lunghi porticati; Adriano aggiunse al recinto del medesimo santuario,
sul lato orientale, un grande e magnifico portale. Nella parte settentrionale
dell'isola, Augusto murò un tempio - dove gli archeologi ritrovarono
la stele di Cornelio Gallo - oggi purtroppo in completa rovina; nell'occidentale,
Claudio costruì un tempio dedicato a Harendotes, una forma del dio Horus.
Più tardi fu elevato sulla riva orientale quel "chiosco di Traiano"
che si inserisce fra i gioielli dell'architettura d'ogni tempo e luogo:
infine, di fronte al tempio di Augusto, Diocleziano edificò una grande
porta di città.
Procedendo oltre, dopo il tempio tolemaico-meroita di Debod, aggrandito
da Augusto, dopo un chiosco a Kertassi e un altro tempio a Tafa, augustei,
s'incontravano, a Talmis-Kalabsha un tempio pure augusteo, che per essere
il maggiore della Nubia, fu chiamato "la Karnak del sud".
Costruito sopra l'edificio tolemaico già ricordato, serbò la dedica
a Mandulis. Quindi, ad Aguala, località meno nota, sulla riva orientale
del Nilo, poco a sud di Kalabsha, un sacrario dedicato allo stesso dio
nella medesima epoca. E ancor oltre, a Dendur, e ancora augusteo, un
tempio non grande, ma di finissima esecuzione, consacrato a diverse
divinità, fra le quali due personaggi del posto assurti a semidei, Pedeisi
e Pehor.
Ultimi incontri, l'antico santuario tolemaico e meroitico di Thot a
Pselcis-Dakka completato con un grande portale "a pilone",
un sacrario di Iside a Kurta, e uno a Hierà Sykaminos-Maharraka di Serapide,
nuovo dio creato dai Tolomei e fatto sposo di una Iside ellenizzata
in Alessandria.
In tutti questi rifacimenti o completamenti o costruzioni a nuovo, furono
ripresi fedelmente gli schemi e lo stile tolemaici. Solo nel cortile
a trapezio fronteggiante il tempio di File, si potrebbe additare una
ricerca di teatralità tutta romana, visibile anche in Egitto, nel tempio
di Esna.
Da notare che gli stessi templi sono per noi indizio di città sorte
nei pressi, purtroppo ricostruite in seguito - la più importante a Kalabsha.
Non va taciuto tuttavia, a chiusura di questo rapido resoconto, il progresso
notevole apportato all'agricoltura dai Tolomei e incrementati dai Romani.
Alle coltivazioni della dura e della palma da datteri, certo già ivi
esistenti, si aggiunsero l'ulivo, la vite e il limone. Ne sono testimoni
i trovamenti di grandi frantoi per olive a Kalabsha e Uadi Kamar, di
pressoi per le uve in diverse località; un'iscrizione a File in cui
si riferisce che nel 176 Marco Aurelio donò dei vigneti al tempio. Un
incentivo a tale progresso fu dato dall'introduzione della noria, agibile
con forza animale, assai più efficace per sollevamento idrico dell'antichissimo
secchia bilanciata o mazzavallo. Ambedue erano ancora in uso nello scorso
secolo - note con nome arabo di sákia e shaduf.
Probabilmente fu creato allora il paesaggio che la Nubia Settentrionale
ancora serbava prima della recente sommersione - in binomio con l'Egitto,
analogo a quello della Svizzera rispetto all'Italia. Villaggi con impianto
urbanistico preciso e case con strutture adatte al clima che ancora
aspettano uno studio e pubblicazione, le strade linde; le esigue coltivazioni
perfette.
Purtroppo, la grandiosa opera di salvamento archeologico della Nubia
voluta dal Governo egiziano, ha potuto soltanto salvarne i templi, poiché
in pietra. Fra di essi, quelli di Debod, Tafa e Dendur sono stati donati
a Madrid, Leida e New York, a portarvi il loro messaggio di cultura
- insieme con quello dedicato da Thutmosi III in Ellesija, ora a Torino.
Gli altri sono risorti nella loro terra, sulle rive del Lago Nasser;
unico monumento tuttora in sito, emergente dallo specchio d'acqua, il
forte di Primis, abbandonato dai romani con la pace di Samos e variamente
rimaneggiato nei tempi nuovi.
Silvio Curto
Bibliografia :
S. Curto, Nubia [dal Paleolitico all'Islam], Istituto Geografico De
Agostani - Novara 1965; Nubien, Wilhelm Goldman Verlag München
1965.
L. Habachi (a cura di), Actes du II Symposium International sur la Nubie
- 1971, Supplements aux Annales du Service des Antiquités de
l'Egypte, Le Caire 1981.
E. Winter, Untersuchungen zu den ägyptischen Tempelreliefs der
griechischen-römischen Zeit, Österreichische Akademie der
Wissenschaften, Wien 1968.
Per gli altri contributi su questo capitolo, rari tuttavia: M. R. Orsini,
D. Bauchiero, Catalogo della Biblioteca Egittologica del Museo Egizio
di Torino, I, Torino 1993; II, ibid. 1997; III, ibid. 2000: v. "Repertorio
a soggetto", s. v. "Nubia".